Bojack Horseman e il concetto di esistenzialismo e nichilismo.

Ouverture

Finire una serie tv ha sempre dei risvolti più o meno tragici (o comici), sembra quasi che sia morto un parente, un amico, o il cane. Ma quando finisce una serie con cui hai avuto un rapporto ben più che divano-schermo della tv, allora le cose cambiano. Bojack Horseman può, infatti, tranquillamente compendiare il mio ultimo anno di esistenza, è esattamente ciò che accade, beh non proprio tutto ma le linee fondamentali ci sono. Tanto che conclusa la sesta stagione sono rimasto a chiedermi se quel cavallo sul tetto fosse Bojack o fossi io in un determinato spazio-tempo della mia vita.

Questo articolo si inserisce nel filone dell’altro fratello, questo, ovvero la ricerca di un punto di contatto tra narrazione televisiva e filosofia in questo caso (laddove in quello precedente fu tra fumetto e diritto). Esattamente come successe per l’altro anche questo ha avuto una gestazione lunghissima, una ricerca spasimante di fonti e testi, un binge re-watching aggressivo di tutte le sei stagioni (perché farsi male due volte ha sempre il suo fascino), la creazione di un’architettura espositiva di base almeno coerente ed un punto di partenza più o meno credibile. Punto che, nel nostro caso, è stato da me rinvenuto nel concetto di relativismo. Meglio su questo nel proseguimento.

Stilata una scaletta di base ed enucleati i principali punti da toccare, lasciata libera l’introduzione e invece completata la chiusura, rimaneva solo un’aggiunta, non presente nell’articolo fratello.

Quale collegamento ho io con Bojack, io inteso come autore specifico e non come quisque.

Si prefigurava così una parte terminale del tutto inedita, tesa a saggiare le ripercussioni di alcuni frammenti della vita di Bojack con la mia, alcune sue compagne con alcune mie compagne. Si tratta di una prospettiva evanescente e forse, nel suo essere astratta, quasi concreta. Per questo l’articolo, dove aver solcato i mari del relativismo, nichilismo, esistenzialismo, scetticismo, fatalismo, decostruzionismo, si muoverà verso i lidi intimi di un’esperienza personale. Bojack e Diane, ovvero come ti riscrivo il mondo in caratteri autodistruttivi.

Si tratta come al solito di un muro di testo abbastanza denso e complesso, se quindi avete poco tempo fatevi un piacere e non leggetelo mentre state cercando di fare la cacca, a meno che non siate stitici.

 

Wouldn’t it be funny if this was the last time we spoke?”

– Diane Nguyen

 

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Quando Raphael Bob-Waksberg creo, insieme a Lisa Hanawalt sul comparto grafico, nel 2014 Bojack Horseman ben poche persone potevano immaginarsi il retaggio che questa serie, conclusasi ormai il mese scorso, avrebbe lasciato nei nostri cuori.

Ed è tangibile come l’originale impalcatura di political awareness imbastita nella prima stagione sia cambiata col tempo, fino a giungere al grottesco introspective over analysis della quinta stagione, per concludersi con the supreme happiness of life is death.

Chiaro quindi come ogni stagione di Bojack Horseman non solo rappresenti un diverso stadio della vita del nostro amato cavallo antropomorfo, ma è altresì innegabile il differente sostrato psicologico che permea ogni singola stagione. Volendo provare a tracciare delle brevi coordinate sistemiche, si potrebbe immaginare una scaletta simile di fili rossi che permeano ogni singola stagione.

Stagione 1: Relativismo, questa è anche la stagione, insieme ad almeno una parte della seconda, più aderente con l’idea iniziale dello showrunner, ovvero la critica al metus di Hollywood, che prima pompa “droghe mediatiche” nel cervello degli attori, per poi toglierli di mezzo quando non ne hanno più bisogno. Proprio perchè tutto è relativo e nessuno è davvero essenziale. Questa è praticamente la storia di Horsin Around (così come narrata anche a cavallo dello speciale di Natale)

Stagione 2: Crisi di identità e scetticismo, si ricollega alla volontà suprema di Bojack di identificarsi nel suo eroe, Secretariat, e diventarne il prossimo attore sul grande schermo.

Stagione 3: Fatalismo, continua l’epopea con cui Bojack cerca di identificarsi sempre di più con Secretariat. Di fatto si tratta di una stagione ponte, dato che la quattro, cinque e sei cambieranno del tutto le regole del gioco, se non il gioco stesso.

Stagione 4: Peccati del padre e decostruzionismo, questa stagione rappresenta la base per tutto ciò che viene successivamente, finalmente si esplora la vita di Bojack da piccolo e dei membri della sua famiglia, la situazione col padre e la demenza della madre.

Stagione 5: Nichilismo e autodistruzione. L’apice del successo con la nuova serie televisiva di Bojack, Philbert, porta questo di nuovo nel vortice della dipendenza da droghe ed alcol, gettandolo in pasto ad un meccanismo di autodistruzione senza fine.

Stagione 6 parte prima: Redenzione, Bojack decide di provare effettivamente a superare la sua travagliata esistenza accettando di farsi aiutare, ma la realtà è ben diversa.

Stagione 6 parte seconda: Resurrezione e l’esistenzialismo, nonché l’amore per la “vita”, diventato ormai il pariah di se stesso, Bojack riesce a superare i propri demoni e a trovare la chiusura del cerchio della vita. Lasciando lo spettatore a chiedersi se effettivamente sia meglio la fine del viaggio o il viaggio in se.

Da questo possiamo ricavarne una fotografia piuttosto attendibile di quello che è Bojack Horseman: un climax di rimpianti, rimorsi, un turbine di autodistruzione fisica ed emotiva. Bojack è esso stesso la massimizzazione delle disgrazie altrui, compendiate nella sua persona: figlio ripudiato di una madre “sorda e distante”, con un padre che lo considerava meno di zero, circondato da amici che per sopravvivere da lui (la scelta del da è voluta) sono costretti ad allontanarsi da questo, e poi c’è Sarah Lynn a cui si aggiunge anche Herb Kazzaz. Chiaro come forse, allora, la sopravvivenza di Bojack, al termine della sesta stagione, sia un regalo nei confronti di un personaggio che sarebbe dovuto morire come “benservito” per come si è comportato nel corso della sua vita.

Dove è passato Bojack non cresce più niente: nel migliore dei casi la sua presenza è sufficiente a rovinare la vita di tutti, nel peggiore dei casi invece, il cavallo stronca ciò che non è mai cresciuto davvero. Bojack è la versione animata di quelle cattive compagnie che si ha la (s)fortuna di conoscere nel corso della vita, che o si tolgono o restano appiccicate a te come un cancro, fino a ucciderti. Proprio come il sinistro ospite che è il cancro, esso si insinua nella vita dei suoi conoscenti, ne assorbe la linfa vitale, portandoli in un ripido vortice di autodistruzione, fino ad ucciderli.

Se non fosse che c’è un problema, e adesso mi sposto verso un altro lido sconveniente.

Siamo tutti Bojack Horseman.

Siamo tutti dilaniati dai nostri fallimenti, dall’incoerenza, dalle scelte sbagliate nei momenti giusti, dalle scelte giuste nei momenti sbagliati, dal sabotaggio esistenziale all’autodistruzione reale. C’è un Bojack dentro ognuno di noi, che esce sempre al calare della notte e all’incrementare del metro alcolico della nostra vita. Siamo tutti il veleno della nostra vita, e siamo sempre noi l’antidoto a questo veleno.

Tuttavia, lo so che non ve lo aspettate, quanto letto costituiva solo l’antipasto all’articolo principale, il cui focus è la ricerca dell’unico vero sostrato che permea tutto Bojack Horseman, il nichilismo.

 

Il relativismo come base di partenza

Noi sappiamo che chi è relativista sostiene in sostanza che una verità assoluta non esiste, oppure, anche se esiste, non è conoscibile o esprimibile o, in alternativa, è conoscibile o esprimibile soltanto parzialmente (appunto, relativamente); gli individui possono dunque ottenere solo conoscenze relative, in quanto ogni affermazione è riferita a particolari fattori e solo in riferimento ad essi è vera. Salvo la parentesi di Wittgenstein, il concetto più alto di relativismo è contenuto nell’essential “Il tramonto dell’Occidente” di Oswald Spengler, dove è affermata la relatività di tutti i valori della vita in rapporto alle epoche storiche, considerate come entità organiche, ognuna delle quali cresce, si sviluppa e muore senza rapporto con l’altra. Al relativismo fanno poi capo altre correnti come lo scetticismo, il decostruttivismo, l’individualismo nonché l’esistenzialismo. Noi sappiamo che il relativismo rifiuta le idee di realismo e obiettività, e valorizza l’antirealismo, il soggettivismo sociale, l’anti-verità, l’egualitarismo, il socialismo e le discipline umanistiche. Il postmodernismo nega l’esistenza della verità oggettiva, che non possiamo mai sapere se esiste o non è un “reale” (nel senso Gorgiano del termine) al di fuori della nostra esperienza umana. Il relativista medio sostiene “che tutto è relativo e costruito da percezioni politiche, sociali e storiche, quindi nulla può essere adeguatamente spiegato da qualsiasi tipo di grande teoria, idea o meta-narrativa”.

Quindi, come raccordiamo questa prima base relativista a BoJack Horseman. Come possiamo dire che Bojack è il trionfo del relativismo?  uno spettacolo postmoderno? Non stiamo parlando del lavoro di Andy Warhol. Che con la sua arte ha colmato il divario tra arte alta e bassa in modo che “la linea tra arte alta e forme commerciali sembrasse sempre più difficile da tracciare”. Per BoJack Horseman è diverso, la serie utilizza personaggi dei cartoni animati per rappresentare personaggi astratti complessi che affrontano questioni molto reali della natura umana. L’animazione consente allo spettacolo di essere narrativamente complesso e di mettere i personaggi in situazioni che sarebbero difficili se si trattasse di un live action (oltre ai vari episodi puramente lisergici figli di David Lynch, un riferimento va all’episodio sott’acqua durante la terza stagione). Si tratta. come direbbe Jason Mittel, di meta-televisione, o televisione narrativamente complessa. Mittel sosteneva che dagli anni ’90 in poi, nacque una nuova forma di televisione narrativa complessa che giocava con la forma della televisione come dispositivo narrativo, ovvero non solo come veicolo di narrazione ma altresì come catalizzatore. BoJack Horseman è un esempio di ciò, offre infatti una struttura narrativa complessa multistrato nonché multi-caratterizzata. La storia inizia con BoJack, ma presto la storia viene raccontata anche dal punto di vista di Diane, una sorta di voce del personaggio della ragione, eppure con i suoi problemi. Sul binomio Diane/Bojack ci si soffermerà meglio in chiusura, dato che questo punto in particolare riveste un significato molto importate per me che sto scrivendo. Ma spendiamo un attimo due parole su Diane.

È sposata con Mr. Peanutbutter (il cane antropomorfo amico/nemico di Bojack). Diane sta anche cercando di essere una scrittrice professionista, lavora infatti come ghostwriter per Bojack. Se non fosse che l’impossibilità più totale a lavorare con Bojack porterà questa a trovarsi un lavoro di ripiego presso un blog online di stampo femminista. Tuttavia, lo si anticipa, la figura di Diane (unitamente a quella di Todd, che guarda caso si tratta degli unici due umani di spicco dell’intera serie) sarà importante per ben altri motivi, tra cui quello di essere l’ancora di salvezza di Bojack Horseman

Tornando nuovamente al rapporto tra relativismo e Bojack Horseman, il rifiuto della possibilità di una verità oggettiva e assoluta costituisce, come già detto, il fulcro del metodo relativo. Mentre gli “oppositori” a tal movimento hanno da sempre cercato di trovare la “verità” oggettiva e la ragione oggettiva, i relativisti negano che esista una realtà al di fuori dell’esperienza soggettiva. Questo, ancora una volta, è centrale in Bojack Horseman. Bojack desidera ardentemente sentirsi dire che è una brava persona e chiede costantemente, soprattutto a Diane, per tutte le stagioni se pensa che “in fondo” sia davvero un bravo ragazzo.

Questa è una domanda straziante poiché abbiamo visto Bojack commettere atti moralmente discutibili, e non solo (ma questo fa venire anche a galla l’incapacità di Bojack di calcolare la risonanza delle proprie azioni, traslando l’onere accertativo sugli altri, in questo caso Diane). All’inizio, è ovvio che è un alcolista, egoista, narcisista che brama convalida e ammirazione dalle superficiali industrie di Hollywoo(d, non devo spiegarvi perché la d è tra parentesi). Nelle stagioni successive, guardiamo Bojack viaggiare nel New Mexico per visitare (inaspettatamente) una vecchia amica, Charlotte, per sfuggire ai suoi problemi a Los Angeles, quando approfitta di sua figlia, Penny. Penny, 17 anni, cerca di fare sesso con Bojack, il quale si dimostra non contrario a del “sano” sesso con minori di età, tuttavia il provvidenziale arrivo di Charlotte salverà la baracca, con l’allontanamento di entrambi e la separazione forzata. Se questo non fosse già abbastanza desolante, Bojack in seguito trova Penny che si scusa ubriaca (una sorta di passione per le cattive compagnie), il che non fa altro che provocare in lui ulteriori traumi. Per far fronte a questo dolore, Bojack torna a far comunella con la “figlia d’arte” Sara Lynn, la versione ormai adulta della figlia televisiva in “Horsin Around”, in un cocktail spericolato di acidi e alcol.

Durante questo cocktail spericolato, tuttavia, Sara Lynn muore per overdose. Naturalmente, la colpevolezza di Bojack per i suoi illeciti (morali ed etici) può essere discussa: vediamo flashback della sua infanzia in cui è cresciuto in una famiglia violenta e osserviamo segmenti della grave depressione di BoJack e del quasi suicidio. Tuttavia, BoJack non è chiaramente una “brava persona”, sia essa “in profondità” o in altro modo. Tuttavia, le nozioni di buono e cattivo, o di moralità oggettiva, sono anche queste respinte all’interno dello schema relativo. Buono e cattivo sono infatti endiadi indissolubile ma solo in termini relativi, non esiste nessun concetto di buono o cattivo in senso assoluto, né potrebbe poi davvero esistere (a meno che non prendiamo la scala del commodo discessus della religione, ma allora ci spostiamo nel campo degli assoluti). Diane si ritrova quindi a rispondere alla domanda di Bojack, ovvero se questo sia o meno una brava persona, con “tu sei quello che fai” e afferma che lei crede che “non ci sono bravi ragazzi e cattivi ragazzi, siamo tutti solo ragazzi, che a volte fanno cose cattive e a volte fanno cose buone ”. Diane sottoscrive un concetto di moralità soggettiva, tu (o Bojack) e soltanto sei le tue azioni, ed il set di valori che decidi di ascrivere alle tue azioni è tuo soltanto, e nessuno potrà mai dirti diversamente, proprio perché sei tu a decidere cosa è buono e cosa è cattivo (si tratta di una versione semplificata del vecchissimo dibattito sul tema del relativismo etico, che ha impegnato gran parte della filosofia del diritto dell’era moderna). Bojack, nel frattempo, cerca continuamente di credere in se stesso e nell’esistenza di un’anima intrinseca a lui e che in fondo sa che è buono e che cìè un destino per lui, dato che al contrario sarebbe già morto. Questo è spesso il motivo esatto per cui agisce irrazionalmente o egoisticamente mentre persegue obiettivi che offrono convalida dall’industria che arriva a incarnare la sua idea di “obiettivo” o “destino”, ovvero il mondo del cinema e tutti i satelliti che vi ruotano attorno. Altri personaggi, come Diane, rifiutano obiettivi come “ricevere un Oscar” o ottenere un “ruolo da protagonista in una serie” . La serie è di fatto un prime example del concetto di relativismo etico-morale applicato alla serie tv.

A questo proposito, un altro tema per così dire ancillare della serie è la (critica alla) cultura pop, i media e al capitalismo. La serie è ambientata a Los Angeles nel mezzo di Hollywoo(d) ed è in gran parte incentrata sull’esposizione delle falsità di questa. Non solo la serie espone queste falsità della televisione e del cinema mostrando letteralmente la natura costruita dei set, delle persone (del loro animo), il casting superficiale (specialmente delle donne) basato sull’apparenza o il sistema stellare di Hollywood, e in generale satirizzando, snaturando e annichilendo piattaforme mediatiche come i talk show sulle celebrità, reality e persino drammi “seri” di registi pretenziosi, ma la serie finisce anche ad investigare i movimenti culturali contemporanei. La quinta serie esamina in particolare il femminismo nell’età contemporanea attraverso le sue manifestazioni nella cultura popolare di oggi. La serie esamina sia il movimento #MeToo (il quale ha preso il via in modo massiccio dopo lo scandalo Weinstein) che, in un episodio chiamato “Bojack il femminista”, l’episodio infatti esamina il trattamento delle celebrità maschili bianche “vergognose” e quanto facilmente vengono perdonate per il loro atteggiamento razzista/sessista/antisemitico o comunque moralmente deprecabile. Quando Vance Wagoner viene scritturata nel film drammatico di Bojack, “Philbert”, dopo una pausa a causa della disgrazia di Waggoner come sessista, antisemitica , il suo capo chiede a Diane di scrivere un articolo clickbait per fare appello all’ipocrisia del suo perdono, o come dice Diane, riferendosi al rapporto tra il pubblico e le star coperte di merda, il pubblico “agisce tutto scioccato quando una delle sue star preferite si rivela essere un sacco di merda, ma non vede contemporaneamente il ritorno di tutti i sacchi di merda di cui già è a conoscenza”. Quando il capo di Diane le chiede di scrivere di questo, lei risponde “So già come andrà a finire”. Diane riconosce che, per quanto terribile possa essere stato un uomo al potere, il suo perdono sarà sempre concesso con facilità e senza alcun costo per la sua integrità o carriera.

Quando Princess Carolyn assume Bojack per “Philbert”, Diane le chiede di assumersi la responsabilità, di pensare al messaggio che questa scelta invierà agli uomini di tutto il mondo, al che Princess Carolyn osserva che l’industria “è fottuta già per i fatti suoi [e quindi Bojack non farà più danni di chiunque altro]”. BoJack, più avanti nella serie, afferma che “si scopre che il problema del femminismo è sempre stato che non sono stati gli uomini a farlo”. Diane cerca quindi di insegnare a BoJack come i media possano normalizzare cose buone o cattive, usando esempi come Ellen (Degeneres), che rende l’America meno impaurita dello spauracchio dell’omosessualità come influenza mediatica positiva o come Jack Bauer dello show 24, il quale ha reso la tortura normale all’inizio giorni della guerra al terrore. Bojack però non capisce il suo punto di vista e ricorre a parole “hit or miss” come “intersezionalità” o “micro-aggressività” arrivando ad  indossare una maglietta che dice “feminism is bae”, usando slogan come “il futuro è femmina”,il che riassume gli aspetti negativi dei movimenti femministi contemporanei, tutti figli di un’erronea applicazione del principio di uguaglianza sostanziale e della nota massima sociale same rights same responsibilities. L’interpretazione della cultura popolare del femminismo implica l’incorporazione come parte della cultura capitalista, rendendo il movimento sociale un prodotto, ovvero suscettibile di essere commercializzato, come ad esempio la maglietta “feminism is bae” di BoJack che caratterizza il movimento sociale. Anche nel mondo reale è sempre più facile trovare in grandi catene di vendita di abbigliamento del vestiario che per un esiguo costo permette al compratore di farsi “martire” per il proprio social movement preferito. Anche questo è capitalismo.

Sempre con riferimento al capitalismo, per poi riallacciarci alla t-shirt striminzita di Bojack, Guy Debord, filosofo di stampo marxista nonché autore della Società dello spettacolo, definiva (proprio nel precedente testo) la società dello spettacolo come una società dove tutte le moderne condizioni di produzione prevalgono, tutta la vita si presenta, essa stessa, come un immenso accumulo di spettacolo. Tutto ciò che è stato vissuto è stato trasformato in rappresentazione. In ottica capitalistica, tutte le esperienze vissute, quindi, pervengono a noi sotto forma di rappresentazione, principalmente sotto forma di immagine, e questa immagine diviene l’unico modo valido (e validato) di comunicazione. Usando il concetto di social movement come “passerella” per tornare a Bojack, invece di vivere i momenti di lotta sociale è molto più facile utilizzare del semplice vestiario che incorpori l’ideale femminista (poco importa che sia giusto o sbagliato, specie se oggettivamente già castrato in partenza il fine), oppure che richiami qualche slogan di immediata attenzione. Arrivati dall’altra parte, tutto ciò è ben presente in Bojack, a cui non gliene frega proprio niente di avere da Diane un’educazione reale e concreta sul femminismo, troppo difficile e logorante per un cervello parzialmente liquido come il suo. Allora opta per una scorciatoia, e qui torna la rappresentazione di Debord, la stessa che funziona comunque per tutto il mondo di Hollywoo(d), ovvero solo per immagini e rappresentazione. Bojack infatti bypassa tutto, anche Diane, e decide che una t-shirt sarebbe bastata per renderlo un femminista.

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Ma BoJack Horseman tenta di far luce su questo aspetto in modo instancabile, almeno per le prime quattro stagioni. Espone direttamente la non autenticità del movimento femminista, mostrando come uno show televisivo potrebbe assumere una scrittrice, solo per farla tacere e in realtà non lasciarle scrivere nulla, solo in modo che il suo nome nei titoli di coda possa giustificare il sessismo dello spettacolo. La serie mostra come gli uomini al potere sono continuamente perdonati per le cose terribili che fanno, cercando tuttavia una scusa puntando il dito verso il mondo del cinema e lo showbiz, reo di averli resi le bestie quali sono. Si tratta quasi sempre di uno spettacolo gretto e abietto. Da questo punto di vista lo stesso Bojack corrisponde al tropo sopra descritto, ovvero l’archetipo del personaggio anti-eroe e le relative simpatie che il pubblico (sia interno che lo spettatore) si ritrova a provare per esso. BoJack non è un personaggio simpatico e, come precedentemente esposto supra, fa cose terribili, spregevoli, meschine e talvolta immorali. Lo showbiz però non gli offre perdono, ma racconta e normalizza la sua stessa storia, rimodulando l’adagio secondo cui “gli uomini di merda fanno cose di merda e non c’è niente che noi o loro possiamo fare al riguardo”. In questo modo si viene a creare una sorta di “grimaldello morale” con cui gli uomini, o Bojack, si ritrovano quasi sempre scusati in virtù delle loro esperienze passate, della loro infanzia o dell’ambiente in cui si ritrovano, insomma, non si tratta mai di loro, ma sempre di altro/i.

La quinta stagione, invece, attraverso l’uso dello story-arc su “Philbert”, in realtà mette in discussione lo spettatore sulla sua relazione con BoJack e chiede al pubblico di non “normalizzare” (nel senso di scusare) il suo comportamento. In “BoJack il femminista”, Bojack sta facendo un’intervista sulla discutibile morale di “Philbert”. Quando gli viene chiesto se lo spettacolo sia sessista, egli afferma le seguenti parole “quando prendi i punti della trama fuori dal contesto, possono sembrare sgradevoli. Ma fanno tutti parte di un più ampio tentativo di decostruire[…]mascolinità“.

L’intervistatore, un “chiaramente Ryan Seacrest”, risponde “oh! Sembra affascinante! “A cui BoJack risponde “No, non lo è, è questo il punto. Non dovresti amare John Philbert o essere d’accordo con le cose che fa. È uno spettacolo televisivo. Non rende affascinante nulla. Ma […] forse lo normalizza“. Qui, BoJack sta letteralmente parlando di “Philbert”, ma lo spettatore medio dovrebbe essere in grado di capire che in realtà si sta anche parlando di Bojack stesso e del rapporto con noi. La quinta stagione è, da questo punto di vista, auto-riflessiva (nonché auto-critica) e, ancora una volta, non solo evidenzia i problemi dell’Occidente contemporaneo, ma cerca di offrire soluzioni programmatiche. Si assiste quindi ad un theme shifting, la serie è partita da uno spettacolo televisivo che satirizzava l’industria televisiva, per il tramite di una sorta di metafiction, ora è invece passata a ulteriori auto-interrogazioni sui problemi morali dello showbiz, le angosce morali che permeano l’ambiente e l’autocritica dei personaggi parteticipanti. Ma non solo, la serie è auto-riflessiva non solo su quanto contiene, ma riflette anche sull’industria stessa che produce lo spettacolo stesso.

Questa  riflessione è ben presente sempre nella stagione cinque, basti vedere le parentesi nello studio del Direttore di Philbert, ossia Flip. Dove le indicazioni sulla lavagna nell’ufficio sembrano richiamare indirettamente alcune scelte di Bojack Horseman stesso, come la querelle sul realismo magico che, nonostante sia bollata da Bojack come infantile, di fatto permea molte parti di Bojack stesso, alcuni esempi? Bojack è una rappresentazione “realistica” di Los Angeles, centrata attorno alla critica dei costumi occidentali ancorati al business cinematografico (nella fattispecie quello di Hollywood), ma contiene animali umanoidi che vivono tra gli umani (esempio di realismo magico). La maggior parte delle volte, lo spettatore si domanda come o perché, e sembra principalmente servire uno scopo comico (come succede ad esempio in Tuca & Birdie) piuttosto che fornire un vero e proprio commento sociale su quanto visto dallo spettatore. Un altro esempio di questo realismo magico lo abbiamo in “Pesce fuor d’acqua”, episodio silente della terza stagione in cui BoJack è sott’acqua per la maggior parte dell’episodio e si lega a animali acquatici. Analogamente “Free Churro” nella quinta stagione, che raffigura solo BoJack che fa un elogio al funerale di sua madre, solo per accorgersi all’ultimo momento, a causa della presenza di una folla di lucertole, che è al funerale sbagliato. Quindi, oltre alla commedia, il realismo magico potrebbe non avere alcun significato particolare e profondo ma potrebbe costituire un “comodo abito” presentare alcuni concetti strazianti e pesanti del mondo reale all’interno di un universo assurdo, come quello di Bojack.

Il punto di raccordo con nichilismo lo si ha sempre nella quinta stagione, sempre sulla medesima lavagna nell’ufficio di Flip, dove viene annotato il nome di Nietzsche e la famosa citazione “[Chi combatte contro i mostri deve guardarsi dal non diventare egli stesso un mostro.] E quando guardi a lungo in un abisso, anche l’abisso ti guarda dentro.” La frase è tratta dal quarto capitolo di “Al di là del bene e del male”.

Occorre adesso spendere qualche parola sul nichilismo.

Il nichilismo (volontà del nulla) è un orientamento filosofico che nega l’esistenza di valori e di realtà comunemente ammessi. Punto di partenza del termine e del relativo movimento si ha nell’ambito della polemica sulle conclusioni della filosofia di Kant; si diffuse, in seguito, con la pubblicazione della lettera di Jacobi a Fichte del 1799, Jacobi an Fichte (nota come Sendschreiben an Fichte) dove acquistò il senso generico di critica radicale demolitrice di ogni filosofia che pretendesse di possedere un reale contenuto di verità. Successivamente Schopenhauer riprese in chiave nichilista il problema della conoscibilità e dell’essenza del reale. La realtà fenomenica è l’apparenza nullificante e dolorosa della Volontà irrazionale e inconscia che origina il cosmo intero. L’uomo può liberarsi solo cessando di volere la vita e il volere stesso, per abbracciare il nulla.
Con Dostoevskij il termine indicava la perdita dei valori tradizionali cristiani nel mondo moderno, il destino della modernità dopo “la morte di Dio”. Per Dostoevskij la morte e la negazione di Dio da un lato, e la fede nel Dio negato ma redentore proprio perché sofferente (capace di salvare la sofferenza, prendendola su di sé, dall’insensatezza e dal vuoto nulla) dall’altro, avrebbero potuto ricondurre, attraverso il crogiuolo del nichilismo, il cristianesimo al rinnovamento. Nella sua accezione “contemporanea” si riferisce particolarmente al pensiero del Nietzsche, per indicare l’inevitabile decadenza della cultura occidentale e dei suoi valori, nello specifico la condanna del mondo e Dio stesso al nulla.

Il termine di nichilismo fu usata da Nietzsche in tre occasioni principali:
nel passato è esistito un nichilismo intrinseco a tutte le metafisiche, dato dal prevalere in esse di un atteggiamento contrario alla vita.
Secondo Nietzsche tutti i sistemi etici, le religioni e le filosofie elaborate nell’intera storia dell’Occidente sono interpretabili come stratagemmi elaborati per infondere sicurezza alla gente, a coloro che non riescono ad accettare la natura imprevedibile della vita e quindi si rifugiano in un mondo trascendente; sono reazioni protettive di un uomo insicuro, spaventato dalla propria stessa natura (dalle passioni, dall’istinto) ed incapace di accettarsi. La massima espressione di questa nullificazione dell’uomo è stata la religione ebraico-cristiana: l’etica dell’amore, della pietà e della mortificazione del corpo in vista di una ipotetica felicità ultraterrena è solo una perversione dello spirito, una patologia dell’umanità;
in una seconda accezione Nietzsche intese con nichilismo la morte di Dio, ossia la condizione dell’uomo moderno, che a partire dall’Illuminismo ed a causa di una “accresciuta potenza dello spirito”, crede sempre di meno nei valori tradizionali. E’ una crisi di una civiltà che Nietzsche riassume con la formula “Dio è morto”, dove Dio è il simbolo di tutte le fedi e di tutte le metafisiche. Nietzsche descrisse in termini efficaci questo nichilismo (la crisi di valori) dell’epoca attuale: notò ad esempio come il venir meno di ogni certezza, l’abbandono di ogni prospettiva religiosa o oltremondana, provochino nell’uomo contemporaneo un forte senso di fallimento e smarrimento esistenziale. Ne consegue una nostalgia del passato, il rimpianto per quel periodo felice in cui ancora si credeva alle favole metafisiche. L’uomo moderno non crede più, ma vorrebbe credere; d’altra parte non sa più in cosa credere e non riesce più ad usare i miti ed i riti del passato. Finisce quindi con l’inventarsene di nuovi, crea nuove fedi in sostituzione delle antiche spesso investendo di senso religioso le ideologie politiche. Nelle esperienze tragiche della storia moderna, nel proliferare delle sette religiose, nel persistere di credenze magiche (astrologia, parapsicologia, ufologia) e persino mistiche (le apparizioni della Madonna) si può vedere un disperato nichilismo, una “volontà di credere ad ogni costo” a qualcosa;
esiste infine per Nietzsche, un nichilismo attivo e positivo: l’atteggiamento proprio dell’oltreuomo che accetta la “morte di Dio” e con essa la fine di ogni metafisica ed è capace di reggerne psicologicamente le conseguenze.
In questo senso Nietzsche rivendicò per sé il titolo di primo nichilista nelle seguenti parole: “Ciò che io racconto e’ la storia dei prossimi due secoli. Io descrivo ciò che viene, ciò che non può fare a meno di venire: l’avvento del nichilismo. Questa storia può già ora essere raccontata; perché la necessità stessa e’ qui all’opera. Questo futuro parla già per mille segni, questo destino si annunzia dappertutto; per questa musica del futuro tutte le orecchie sono già in ascolto. Tutta la nostra cultura europea si muove in una torturante tensione che cresce da decenni in decenni, come protesa verso una catastrofe: irrequieta, violenta, precipitosa; simile ad una corrente che vuole giungere alla fine, che non riflette più ed ha paura di riflettere. – Chi prende qui la parola sinora non ha fatto altro che riflettere: come filosofo ed eremita d’istinto, che ha trovato vantaggio nell’appartarsi, nel restar fuori, nel ritardare, come uno spirito audace, indagatore e tentatore che già si e’ smarrito in ogni labirinto dell’avvenire;…che guarda indietro mentre narra ciò che avverrà, come il primo nichilista compiuto d’Europa, che ha già vissuto in sé sino il nichilismo sino alla fine, e ha il nichilismo dietro di sé, sotto di se, fuori di se” (Volontà di Potenza).

Da un un punto di vista generico, il nichilismo indica anche ogni atteggiamento genericamente rinunciatario e negativo nei confronti del mondo con le sue istituzioni e i suoi valori; indica anche un sentimento di generale disperazione derivata dalla convinzione che l’esistenza non abbia alcuno scopo, per cui non vi è necessità di regole e leggi secondo una visione anarchica che in effetti non è condivisa da tutti i nichilisti: movimenti, ad esempio, come il futurismo e il decostruttivismo, insieme ad altri, sono stati spesso identificati da diversi autori come “nichilistici” in numerosi contesti.

Il nichilismo infatti, assume inoltre diverse caratteristiche a seconda del contesto storico in cui si inquadra: per esempio, Jean Baudrillard e altri come il filosofo ateo Michel Onfray, hanno spesso definito il postmodernismo come un’epoca nichilista, e diversi teologi cristiani e figure di autorità religiose (nonostante vi siano stati in passato correnti religiose vicine ad un certo nichilismo come la mistica renana) hanno spesso sostenuto che il postmodernismo e diversi aspetti della modernità, si caratterizzano per il rifiuto del teismo, aspetto questo che porta a identificarli con il nichilismo, che in ambito cattolico è spesso apparentato all’ateismo. Aspetti nichilistici possono riscontrarsi anche nell’accezione moderna e contemporanea di cinismo.

Quindi, perché i creatori di BoJack Horseman citano Nietzsche? Indica il nichilismo che permea tutta la serie? Sarebbe sciocco sottacere il nichilismo (ed il cinismo) che permea tutta la serie. La stessa ambientazione di Hollywoo[d] potrebbe essere letta come una metafora della vita stessa, in quanto proprio come la facciata di Hollywoo copre la realtà di un’industria brutta e vuota, allo stesso modo le nostre vite quotidiane nascondono l’insensatezza dell’esistenza stessa. La vera questione di cosa fare delle nostre vite, insignificanti e inutili, è fondamentale per il nichilismo esistenziale (la credenza per cui la vita non possiede alcun valore o senso intrinseco, tale filosofia asserisce che l’uomo è l’attore del suo farsi nel mondo, il responsabile di ogni sua azione ed il costruttore di ogni suo scopo o significato, che non v’è in principio.) e i filosofi hanno posizioni diverse su cosa fare. In sostanza, ci sono  più di due posizioni da assumere sul nichilismo di questo tipo: la posizione assunta da Nietzsche, già vista, quella di Søren Kierkegaard, di Albert Camus e di Jean-Paul Sartre, che si deve dare un significato in un mondo insignificante, o la posizione di Arthur Schopenhauer o Jean Baudrillard che respingono la possibilità di significato in un mondo senza significato. Vi sono poi alcune posizioni estreme come quella di Albert Caraco, che utilizza una sorta di nichilismo totale e addirittura autodistruttivo (secondo cui la società è dannata ed è inutile cercare di salvarla), o quello di Stirner nell’applicazione dell’individualismo al nichilismo (Io sono il nulla creatore). In realtà anche il nichilismo di Cioran e Celine può essere usato, quello di quest’ultimo è però più narrativo che filosofico (vedasi Viaggio al termine della notte), mentre quello del primo è mascherato da un linguaggio affilato e tagliente, prezioso e mai banale, in cui la critica nichilista è narrata sullo stile dei bardi (come si evince in Squartamento e nel Sommario di Decomposizione, piuttosto che in Al Culmine della Disperazione).

Un altro interessante aggancio filosofico può rinvenirsi in Socrate Come ben sappiamo Socrate non scrisse nulla, ma possiamo attingere dalla sua conoscenza grazie al suo discepolo Platone. Nel dialogo Teeteto Platone fa utilizzare scherzosamente al personaggio di Socrate una celebre metafora: gli fa dire che, come sua madre Fenarete era una levatrice, così anche lui svolge la stessa funzione.Con questa differenza, però, che sua madre aiutava le donne a far nascere i bambini, mentre lui aiuta i giovani a far scaturire il sapere e la verità dalla loro anima, attraverso il dialogo e la tecnica dialettica.L’arte maieutica di Socrate ha gli stessi limiti dell’arte della levatrice vera e propria: una levatrice può sì aiutare una donna a partorire un bambino, ma soltanto se questa è gravida.Così Socrate può aiutare un giovane sulla via della ricerca interiore della verità, e quindi del bene, ma solo se questi è predisposto; altrimenti sarà tutto inutile. Ma torniamo a Bojack.

Personaggi diversi in BoJack Horseman assumono tali posizioni, ad esempio Peanutbutter afferma esplicitamente che il significato è inutile, ma abbraccia anche l’assurdità della vita. La sua posizione è molto simile a Camus, che ha definito l’assurdo come un confronto tra il desiderio di significato dell’uomo e l’astinenza dell’universo dal dare all’uomo tale significato. Tuttavia, Camus afferma che dovremmo accettare la mancanza di significato intrinseco nella vita e solo attraverso questa [accettazione] possiamo creare il nostro significato. Mr Peanutbutter accetta l’assurdo ed è spesso il personaggio più felice per questo, come ogni cane dopotutto. Diane crede che si possa trovare un significato attraverso azioni positive, mentre BoJack cerca di trovare un significato in un mondo insignificante e rifiuta di abbracciare l’assurdità dell’universo. La cosa interessante è che la filosofia di BoJack è molto simile a quella che Nietzsche predisse per il moderno Occidente nel frammento visto sopra contenuto in Volontà di Potenza.

 

Nel finale della quinta stagione emerge tutto il vorticante nichilismo della serie, BoJack ha paura di riflettere sulla sua vita ed evita di farlo compensando con droghe e alcol. Diventa depresso e quasi suicida, e i suoi inutili tentativi di afferrare uno scopo nella vita spesso lo lasciano ancora più a galla tra un’esistenza vuota e una morte non meritata. Soffre di nichilismo esistenziale in modo simile a suo padre: da una ricerca di significato attraverso una validazione esterna da parte degli altri (sindrome del Salvatore). Il padre di BoJack ha trascorso la sua vita a scrivere un romanzo che doveva essere il suo capolavoro, il suo destino. Ha trascorso tutta la sua vita a scrivere questo romanzo, solo per non farlo leggere a nessuno, e quelli che lo hanno fatto han pensato che fosse terribile. BoJack, sebbene abbia più successo di suo padre, soffre dello stesso bisogno di convalida esterna, di un destino o di un significato nella vita. Interseca il problema della convalida esterna il modo in cui molti spettatori, specie i più giovani (quelli più vicini al nichilismo, a causa anche della perdita di valori sia propri sia della società, come descritto da Galimberti in L’ospite inquietante: i giovani e il nichilismo) che vedono Bojack come una sorta di modello, se non fosse che questo non è mai stato pensato come un personaggio da imitare e seguire, ma come l’incarnazione [equina] dei vizi peggiori di una certa Hollywoo(d). È quindi fondamentale guardare con occhio critico alla personalità del protagonista, non si può provare empatia con Bojack (la saga di Herb e Sarah Lynn dovrebbe essere fonte più che sufficiente) fino ad immedesimarsi nei suoi comportamenti più egoistici. Non è quello il lato del suo carattere con cui entrare in sintonia, riflesso della superficialità con cui le relazioni vengono gestite negli ambienti degli studios. Il modo in cui Bojack non mostra nessun riguardo per i sentimenti delle altre persone non dev’essere un motivo di simpatia, ma piuttosto uno spunto di catarsi, nel caso in cui dovessimo rispecchiarci in questi atteggiamenti. Non solo il modo in cui si relaziona con gli altri, ma è soprattutto il suo costante conflitto interiore ad essere criticabile. Bojack è una persona estremamente autodistruttiva, e il finale della quinta stagione ci mostra chiaramente quale sia il suo destino al momento. Per cui è sbagliato riferirsi ai suoi vizi come se fossero anche i nostri , della serie Amo quando Bojack si ubriaca e si risveglia tre settimane dopo. Gli stati allucinati provocati dalle sue numerose dipendenze vengono mostrati su schermo con tripudi di colori e transizioni che ne fanno gloriosi momenti di animazione, ma non devono farci dimenticare il background malato che ci ha portati lì.  In generale quindi il suo costante nichilismo non deve condurci con lui nel vortice che lentamente lo risucchia. Ovvio, sono ben altri gli insegnamenti che questa serie meravigliosa ha lasciato al grande pubblico, e poi è un dibattito vecchio come il mondo quello sul valore educativo di alcuni prodotti televisivi. Di certo non si vuole polemizzare su uno dei capolavori della modernità, ma piuttosto evidenziare le criticità di un personaggio, e di una serie, che non devono diventare i suoi punti di forza. Rimanere consapevoli del disprezzo che Bojack deve provocare in noi lo rende davvero il grande personaggio che è: quello anch’esso conscio dei propri limiti, in costante guerra con la propria coscienza, ma anche alla continua ricerca di una redenzione, che comunque non troverà mai, proprio perché immeritata.

Questo problema è discusso da Søren Kierkegaard (nel Diario del Seduttore) che filosofa sul fatto che le persone troveranno sempre una qualche delusione pensando che la loro vita potrebbe essere migliore di quella che è, o che dovrebbero fare qualcos’altro per migliorarla, indipendentemente da ciò che scelgono, crederanno sempre nell’esistenza di un’opzione migliore. Questo è esattamente ciò che BoJack sperimenta, specialmente quando si domanda “cosa succede se questo fosse diverso per me”, innescando un loop di delusioni senza fine. Per prima cosa cerca di diventare nuovamente rilevante in Hollywoo(d) pubblicando il suo libro di memorie, che lo costringe solo a guardare la sua vita e lo fa deprimere. Viene quindi scelto per il ruolo cinematografico dei suoi sogni, ovvero “Secretariat”, che di nuovo lo fa solo deprimere. Quando vince un Oscar, si aspetta di nuovo la felicità, solo per essere nuovamente deluso. Nella quinta stagione viene scelto per interpretare il ruolo principale di un nuovo programma televisivo, Philbert, e il personaggio che interpreta lo fa riflettere sulla propria vita, causando in lui gravi abusi di droghe e alcol. BoJack soffre del nichilismo dell’età postmoderna e rifiuta di riflettere. Ciò che è interessante è che è la cultura pop che cerca di costringerlo a riflettere, sia esso il libro di memorie o “Philbert”, ma un focus principale nella narrativa di Philbert è come la cultura pop riconosce le cose cattive che fanno gli uomini potenti e difende gli uomini cattivi .

Ma è sicuramente la sesta stagione la vera magnum opus di tutto, il fantastico compimento di svariati anni di build-up e meta-narrazione. Così come la serie si avvia verso la sua naturale conclusione, allo stesso modo la vita di Bojack pare avviarsi verso un vero e proprio “crepuscolo”, sia essa la morte o la redenzione. Redenzione per rinascere e pare proprio che sia questo il significato di questa ultima stagione. Se vogliamo ulteriormente puntualizzare, prima di addentrarci nella fine, le prime sei puntate sono in realtà un tiepido diversivo per il pugno in faccia degli ultimi tre episodi, una deviazione più lunga per un baratro che nessuno si aspettava.

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Per concludere, BoJack Horseman è uno spettacolo postmoderno per una serie di motivi. È una metaficazione, è riflessiva, rifiuta le grandi narrazioni, rifiuta la moralità oggettiva e le verità oggettive, critica la società capitalista pur riconoscendo che è anche un prodotto della società capitalista, è esistenziale e sperimenta la struttura narrativa. La quinta stagione termina con BoJack che va in riabilitazione e alla fine riflette sulle sue azioni. Alla fine intraprende un’azione positiva per cambiare chi è e accetta di poter essere solo la persona che compie le azioni che compie. Se va in TV e dice che strangolare le donne è male, come fa in “BoJack the Feminist”, ciò non significa che sia una femminista, soprattutto se poi strangola la sua ragazza e la co-protagonista, cosa che accade quasi alla fine della quinta stagione. Se questo sarà un lieto fine per BoJack verrà detto con la prossima stagione, ma ciò su cui possiamo contare è che la serie non opterà per una chiusura narrativa ordinata. Apprendiamo tutte le esperienze soggettive del personaggio attraverso un mix di sperimentazione narrativa, sia attraverso gli occhi di estranei o nei ricordi del passato. BoJack probabilmente continuerà ad essere una persona imperfetta e non credo che lo show offrirà un riscatto completo. Tuttavia, sono interessato a vedere come continuerà la sua storia, nel bene e nel male. BoJack Horseman, nel complesso, mette in guardia contro l’incapacità nichilista di accettare l’assurdo e riflettere su se stessi o sulla società nel suo insieme. Il pessimismo dello spettacolo dipenderà anche dalle azioni del West postmoderno nel prossimo futuro, quindi non vedo l’ora di vedere il riflesso del futuro di BoJack Horseman!

 

 

Wouldn’t it be funny if this was the last time we spoke?”

– Diane Nguyen

 

 

È davvero l’ultima volta che Diane e Bojack si vedranno? Ovvero, a cavallo verso la distruzione dei sentimenti

Come dicevo in apertura, personalmente ho un rapporto davvero forte non solo con la serie ma anche con il protagonista e uno degli asltri co-protagonisti, Diane. Nonostante, nel mio caso, avrebbe forse più senso parlare di Princess Carolyn, dato che Diane non è mai stata la ragazza di Bojack, possiamo tranquillamente prenderci una licenza poetica e pervenire ad una crasi dei personaggi, anche se la base resta quella di Diane al 100%.

 

 

 

 

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  1. Avatar Alessio Mida ha detto:

    Sto cercando l’articolo “fratello” di questo, di cui si parla nel link all’inizio ma che non funziona.
    Se potete mandarmi un link di risposta o alla mia mail, sto scrivendo la tesi su questi argomenti.
    Grazie

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