• Gio. Giu 24th, 2021

Supreme – Recensione I/II

Recensione dell’edizione ReNoir Comics di Supreme (Story of the Year), contenente la prima parte della saga di Alan Moore sul personaggio (nn. 41-52).

Da Rob Liefeld ad Alan Moore

Nell’immaginario collettivo del macro universo Image degli anni ’90 personaggio di spicco fu sicuramente quello di Rob Liefeld, già rising star della Marvel durante il periodo New Mutants/X-Force. Come sappiamo, successivamente, nel 1992 ci fu la rottura tra questo (insieme a Jim Lee, Jim Valentino, Erik Larsen, Marc Silvestri e Todd McFarlane) e la Casa delle Idee.

Con la fondazione dell’Image Comics iniziarono una serie di pubblicazioni più o meno tutte uguali e tutte collegate al sentimento tipico del mondo del fumetto degli anni ’90. Supreme era tra questi, ed era una creazione di Rob Liefeld.

Problema di tutte le creazioni di Rob in Image era tuttavia l’eccessiva insipidità di qualunque sua storia. Supreme (detto anche Ethan Crane) nasce alternativamente come angelo della vendetta (con citazioni della Bibbia incluse) per poi diventare una sorta di semi-dio impegnato a combattere bene e male indistintamente, col solito stile flashy di Liefeld.

Nel corso dei primi 40 numeri (contando anche la prima apparizione su Youngblood #3) le storie sono le solite plotless del Rob, ed infatti il titolo fatica a decollare davvero, sia come produzione originale sia come mero derivativo.

Supreme è infatti un clone di Superman (e ne abbiamo visti davvero tanti di eroi derivati dalla creazione di Shuster e Siegel), i poteri sono quelli, il suo nemico si chiama Darius Dax invece che Lex Luthor, la sua compagna si chiama Diana Dane invece che Lois Lane. Ma non sarebbe neanche la prima scopiazzatura di Liefeld, basti ricordare il suo Agent America, oppure il suo Bloodwulf (imitazione povera di Lobo). Particolare differenza rispetto al Superman originale è che Ethan Crane è uno “stronzo” (a jackass), quindi perfettamente in linea tanto con le produzioni Image di quel periodo (dove i personaggi erano o violentissimi oppure soggetti a cambio e distruzione rapida) quanto con l’ego smisurato di Rob Liefeld in piena età ormonale.

Col numero 41 arriva Alan Moore, su richiesta proprio dello stesso Liefeld, il primo accetta a condizione che gli venga permesso un totale reboot del personaggio. Rob non può far altro che accettare, altrimenti dovrebbe rinunciare al prezioso aiuto del Bardo di Northampton.

Moore chiaramente si era già fatto una fama come “decostruttore” di supereroi, vedasi alcune delle suo opere seminali sul tema, prime fra tutte: Watchmen, The Killing Joke ed anche l’incredibile Superman #423 insieme all’incredibile Curt Swan. Per Supreme decise di agire diversamente, abbandonando la “spada” della decostruzione “oscura” per muoversi verso una riscrittura maggiormente positiva ancorché pur sempre introspettiva sul personaggio. Inizia così una run memorabile (divisa su tre archi narrativi, The Story of the Year, The Return e Revelations) che porterà Moore a vincere l’Eisner nel 1997 come Best Writer. Importante, lo si ricorda, ancorché terminata col numero 62, la saga di Moore finirà poi effettivamente solo col numero 63, uscito circa quattordici anni dopo il precedente, contenente l’ultimo capitolo del Bardo, unito ai disegni di Erik Larsen.

Andiamo adesso ad esaminare, in breve e senza spoiler di massima, la prima parte di questa run (ovvero The Story of the Year) recentemente ripubblicata da ReNoir Comics e contenente i numeri da 41 a 52 della saga di Moore.

Giro di boa

Col numero 40 si conclude la parte “brutta” di Supreme, si chiudono tutte le trame aperte e le eventuali discussioni sulle versioni alternative di Supreme (altro cliche narrativo) vengono fatte cadere nel vuoto.

Moore decide di partire col numero 41 senza cancellare effettivamente tutto quello che venne prima (diversamente dall’accordo iniziale con Liefeld) e imbastì una narrazione molto simile a quella già vista sui suoi WILDC.a.t.s (quindi un doppio binario, presente e passato), senza chiaramente tutti gli elementi religiosi tipici di quel team, tuttavia Moore decise di soffermarsi su un tipo di storia diversa, meno dark and gritty e più riflessiva e colma di speranza per l’avvenire (d’altronde già Ethan Crane/Supreme aveva visto la sua nascita in modo “violento” e hardcore).

Non solo riscrive Supremacy, ovvero la cabala di versioni alternative di Supreme, mantenendole però in continuity. Ma, altresì, introduce anche Supremium, una sorta di Kryptonite e/o di sostanza altera-materia, usata dal Moore per spiegare anche alcuni personaggi ed eventi. Ad esempio Kid Supreme, modellato su Superboy; Suprema, modellata su Supergirl ed, infine, Radar, modellato sul cane Krypto.

I numeri successivi, senza spoiler, sono una lunga celebrazione della golden age e della silver age del fumetto, nello specifico su Superman e sugli artisti che ne hanno contraddistinto la leggenda (Weisinger, Schwartz, Anderson e Swan). Arrivando anche a creare le sue versioni di Zod e della Zona Fantasma. Questa prima parte è quindi un lungo atto d’amore, in distonia coi lavori seminali del Moore, alla silver age del personaggio originale di Superman, interconnesso da flashback leggendari, così come gli artisti impiegati, e da una scrittura intima e umoristica, un piacevole diversivo sia dai suoi precedenti lavori sia dalla scrittura “irrilevante” di Liefeld. Come ho deciso in apertura non voglio spoilerare assolutamente nulla questa volta e quindi mi sono limitato solamente a richiamare l’architrave narrativa di base, ma tutti gli amanti di Superman si ritroveranno a loro agio nel leggere questa “versione” del Ragazzone. Si tratta comunque di un Alan Moore diverso dal solito e che potrebbe non piacere a tutti, stante il lavoro di rework effettuato tipico del Bardo.

Impossibile poi non menzionare le bellissime cover di Alex Ross, davvero perfette, così come gli ottimi sketch di studio.

Tuttavia, questo è un problema dell’edizione italiana, Story of the Year si conclude col numero 56 (prima di sfociare in The Return), mentre la nostrana si taglia al 52, almeno per il momento nell’edizione ReNoir. Tra i disegnatori di questo arco narrativo impossibile non citare Rick Veitch e Chris Sprouse. Mancanza dell’edizione italiana, nello specifico sempre sul numero 52 (che all’epoca fu diviso in due parti per la lunghezza) riguarda la storia (tra le storie che Moore utilizza nel suo doppio binario) disegnata dal leggendario Kevin O’Neill. In ogni caso non si può attribuire il troncamento editoriale alla sola ReNoir, essendo già di per se difficile trovare Supreme in edizione originale, a causa anche dei diversi editori impiegati.

Resta da vedere come l’Editore deciderà di pubblicare i cicli seguenti di Supreme, sperando lasci fuori la parte finale di Erik Larsen, che di fatto ha completamente rovinato tutto il lavoro fatto da Moore.

Quindi, discrasie di pubblicazione a parte, l’edizione di ReNoir ben si presenta come prima parte (sperando arrivi non solo la seconda, ma anche le varie sotto-storie tagliate in questa edizione, come alcune del numero doppio 52).

8/10

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