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Undine-Fra leggenda e Amore

Posted by MARTINA FRATTINI on SETTEMBRE 16, 2020

La conoscete la leggenda germanica del Sonno dell’Ondina? Ve la spiego brevemente: Ondina è una ninfa acquatica molto bella ed immortale, tuttavia, se si fosse innamorata di un mortale e avesse dato alla luce suo figlio, avrebbe perso la sua immortalità per riavere l’anima e poter accedere al paradiso. Si innamora di un uomo per poi venir tradita dopo esser tornata mortale cosicché gli lancia la sua maledizione “Tu mi hai giurato fedeltà con ogni tuo respiro, ed io ho accettato il tuo voto. Così sia. Finché sarai sveglio, potrai avere il tuo respiro, ma dovessi mai cadere addormentato, allora esso ti sarà tolto e tu morirai!”. Prima di assistere alla visione di questo film avendomi incuriosito il titolo scelto mi sono documentata scoprendo (anzi riscoprendo) il mito folkloristico delle Ondine, scelta ottima perché il regista tedesco Christian Petzold ha raccontato una potente storia d’amore ma con quel tocco di fiabesco, riportando sullo schermo una coppia già vista nei suoi film ovvero quella composta da Paula Beer e Franz Rogowski interpreti magistrali in questa pellicola che è stata selezionata per l’ Orso d’oro in concorso al 70° Festival Internazionale del Cinema di Berlino. Paula Beer ha vinto l’Orso d’argento come miglior attrice.

Undine è una storica e lavora come freelance presso il Märkisches Museum di Berlino, i plastici e i modelli bidimensionali che vi si trovano all’interno raccontano la storia della città tedesca, le sue fasi di espansione, i cambiamenti avvenuti nel corso di anni, le ricostruzioni spiegando tutti i suoi progressivi stadi evolutivi. È appena stata lasciata da Johannes a causa di un’altra donna, e, nonostante lui le abbia giurato amore eterno, lei non sopporta questa situaziobe e insiste nel fargli cambiare idea fino a che, con freddezza, dice: “se lo fai davvero sai che dovrò ucciderti”. Si presenta così la protagonista di questa storia con un chiaro rimando alla leggenda e lasciando lo spettatore leggermente stranito per questa affermazione dura, inaspettata e facendo immediatamente pensare alla somiglianza con la ninfa senza anima della leggenda. Lei torna poi alla sua occupazione con l’idea di ritrovare Johannes ancora seduto al bar del museo ma le sue speranze vengono infrante quando capisce che lui se ne è andato. Undine, disperata, prova a cercarlo anche all’interno del bar dove poi viene avvicinata da un uomo, Christoph, che invitandola a bere un caffè per sbadataggine sbatte contro un pensile appena sotto ad un grosso acquario provocandone la brusca rottura, i due vengono letteralmente travolti da un onda e la protagonista viene a contato per la prima volta con il suo elemento naturale. Christoph è un ingegnere subacqueo (anche qui si fa sentire la potenza del richiamo all’acqua) che ruba il cuore di Undine con la semplicità e naturalezza di un colpo di fulmine che la porta ad avere la voglia di ricostruirsi dopo una rottura repentina, così come Berlino viene ricostruita molteplici volte, nel corso di anni e anni, come spiega appunto Undine con enfasi ai molti visitatori del museo in cui lavora.

L’idillio dei due protagonisti viene spazzato via come un uragano, inaspettatamente, rimarcando come, nonostante la voglia di ricomporre la propria vita di nuovo, non è abbastanza. Iniziano a susseguirsi una serie di eventi che vedranno Christoph perdere la fiducia in Undine e il tentativo disperato di lei per tenere insieme i pezzi, per far tornare tutto al suo ordine naturale.

In campo cinematografico si è già narrata la storia di Ondine grazie al regista americano Henry Otto che ha realizzato un film muto intitolato “Undine” nel 1916 e poi è noto anche l’adattamento di Neil Jordan “Ondine” nel 2009 racconta di un pescatore irlandese che trova una sirena nelle sue reti.

In conclusione il regista Christian Petzold ci racconta questa profonda storia d’amore con un po’ di mistero, di mito e di incredibile realismo, la ricerca della felicità sfuggendo dalla propria identità e dai propri istinti naturali. Il tutto contornato da una colonna sonora ricorrente che rende l’atmosfera se è possibile ancora più melanconica, si tratta dell’Adagio in re minore, BWV 974, dal famosissimo concerto per oboe di Alessandro Marcello, adattato per il pianoforte da Johann Sebastian Bach. Si rimane con quella sensazione di vuoto e smarrimento come se non si ha avuto modo di cogliere a pieno le sfumature, come se i pezzi non siano tutti al loro posto, travolti come dall’acqua. Il mio voto è di 3.8/5, consiglio una accurata visione.

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