• Lun. Giu 21st, 2021

La cura del dolore: il nuovo romanzo di Nicola Pesce

Dopo il successo dei primi due romanzi con cui ha scalato le classifiche di Amazon, Nicola Pesce torna dopo pochi mesi con una nuova opera: ancora una volta diversa, pubblicata da Edizioni NPE in una edizione di pregio, cartonata in imitlin nero con rilievi in argento, e con l’immancabile assenza di una quarta di copertina, perchè, parole dell’autore, <<la trama non mi è mai interessata granché nei libri.>>

La cura del dolore è un “romanzetto” di neanche 100 pagine, ma carico di significato. È il viaggio nei pensieri di Henry, un ragazzo di cui non conosciamo molto della sua vita, ma abbastanza da farci intuire che ha sempre avuto un carattere debole, indeciso, che gli ha causato molti dolori: la paura di prendere decisioni importanti, parole mai dette e abbracci mai dati, Henry ha modo di rimuginarci durante la sua prigionia in un istituto governativo. A mano a mano che scorriamo tra le righe ci appare sempre più chiaro come tutto quello che subisce il protagonista non è altro che una metafora della sua vita. Il dolore di cui si parla, infatti, è causato dalla paura di cercare la libertà. Il posto in cui era rinchiuso e torturato non gli negava di evadere se lo avesse voluto, le porte non erano chiuse a chiave, il cubo in cui era stato intrappolato all’inizio si poteva aprire semplicemente spingendo il coperchio superiore.

Così come la sua vita non gli ha mai negato occasioni per poter fare la cosa giusta, per poter mostrare un po’ di polso e prendere le decisioni autonomamente, così anche il posto in cui era metaforicamente rinchiuso gli permetteva di uscire come e quando volesse. Quando Henry riesce finalmente ad ottenere la sua libertà (fisica e mentale), è ormai troppo tardi, vorrebbe tornare dalla persona amata per dirle finalmente quelle parole che avrebbero permesso di farla restare al suo fianco e costruire una vita insieme, una famiglia, ma si accorge di essere invecchiato e di aver imparato troppo tardi a non avere paura della libertà.

“Si guardò le mani e non le riconobbe: erano
le mani di un vecchio. Quanto tempo era passato?
Quanto ci era voluto per imparare quella lezione?
Aveva speso tutta la vita per liberarsi dal dolore. Adesso era troppo tardi.”

Questo romanzo quindi è un’esortazione a fare la cosa giusta finché si è in tempo, una sorta di “carpe diem” moderno, in cui le vicende che vive il protagonista non sono altro che ciò che vive internamente, e ce ne rendiamo conto veramente solo nel finale, che lascia il lettore spiazzato.

Nonostante la brevità di questo libro, devo dire che ho apprezzato soprattutto i dettagli di alcune scene, in particolare quella in cui Henry viene rinchiuso in un cubo trasparente quasi del tutto pieno d’acqua, e lotta contro il dolore fisico per poter rimanere il più possibile con la testa fuori dall’acqua e riuscire a respirare da una piccola fessura. Ecco, la capacità descrittiva di Pesce ha permesso di immedesimarmi e provare addirittura un fastidioso senso di claustrofobia, quindi ottimo lavoro!

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