• Mar. Set 21st, 2021

Gideon Falls 4 – La Recensione

Siamo finalmente arrivati al quarto volume (Il Pentoculus) dell’epica saga firmata Lemire/Sorrentino. Anche questa volta Bao Publishing confeziona un volume di tutto rispetto per l’ennesimo, memorabile, momento orrorifico/psicologico nella storia di Gideon Falls. La storia si avvicina al culmine, ma la pazzia continua a guidare le vite dei nostri protagonisti, ora sempre più in bilico tra vita e morte, realtà e astrazione, abnegazione e zelo.

L’incipit segue immediatamente gli avvenimenti del terzo volume (che recentemente abbiamo ripescato dal vecchio sito), ovvero:

Dopo che le strade dei due protagonisti si sono unite e divise ancora, il mistero del Fienile Nero inizia a prendere forma. Norton è intrappolato in una Gideon Falls rurale che non conosce e dove pare abbia un’altra identità, mentre l’uomo che ride – il sinistro assassino che agisce nell’ombra – è sulle sue tracce. Nella Gideon Falls metropolitana, Padre Fred ha incontrato la psichiatra di Norton, Angela Xu, e insieme dovranno affrontare un viaggio verso il Centro di tutto, dove temono di scoprire l’inquietante destino che li attende.

Ormai è chiaro che il Fienile Nero ha attraversato le epoche storiche per portare con sé minacce di distruzione: forse solo una missione suicida può interrompere la scia di macabri delitti che perseguita Gideon Falls.

Uno dei più grandi pregi di GD, che però è allo stesso tempo anche un difetto, è quello che la narrazione, per poter essere goduta appieno, necessità di una rinfrescata per ogni capitolo uscito. Questo perché la narrazione, già complessa in primis, non ha fatto altro che diventare sempre più erratica ed involuta col passare dei volumi, specie ora che ci si avvicina alla fine, passando ad una meta narrazione di qualità eccelsa ma allo stesso tempo difficilmente godibile. Stranamente, parallelamente all’evolversi della complessità della trama, ha fatto eco l’evoluzione stilistica di Sorrentino, diventato demiurgo del suo stesso stile e architetto della “pagina”. Ma se andiamo a vedere, effettivamente, lo stesso concetto di orrore di Gideon Falls si è mutato, ed è anzi evoluto, numero dopo numero. Da horror sinistro a occulto, tagliente, ansiolitico, soffocante. Da oscurità al di fuori ad oscurità nell’interno, nell’uomo.

Con l’avvicinarsi della fine, mancano circa due volumi, i pezzi messi sul tavolo nei primi due volumi iniziano finalmente a comporre il mosaico oscuro a cui mirano i nostri protagonisti (ovvero Sinclair e Padre Fred, principalmente).

Ma non solo, nella prima parte del volume (numero 18), si assiste ad un colpo di scena particolare (nessuno spoiler chiaramente), che rimette tutto in discussione, ancora una volta. Si ridefinisce il ruolo del Fienile Nero, quello di Wilfred e Angela, ma soprattutto quello collegato alle svariate versioni di Gideon Falls ed al “peso” dell’Uomo che ride. Sono “montagne russe” narrative senza precedenti, Lemire non lesina sui rischi, ed ogni numero è un jackpot per la sua abilità. Volendo tracciare un parallelo Gideon Falls rinviene, forse in questi numeri più che negli altri, elementi tipici del mystery lynchiano. Il numero mediano vede nuovamente il ritorno dei Villici, impegnati a combattere il Fienile Nero e le sue “mistificazioni”, indubbiamente (in questo numero) il vero “diamante” è dato da alcune composizioni di Sorrentino, forse le migliori mai viste ad oggi. Ed onestamente continuano ad emergere i paralleli con Twin Peaks (chiaramente le azioni del Fienile Nero e dei Villici ricalcano la Loggia Nera e i Bookhouse Boys del cult di David Lynch). Il numero finale non fa altro che preparare il lettore per l’inesorabile conclusione, qui Lemire continua il lavoro di caratterizzazione evoluta su Danny che, appunto, raggiunge qui il suo apice. Il volume si conclude con un baccanale di sangue e violenza, e nulla sarà perciò mai come prima per i protagonisti di Gideon Falls, e se prima si è tracciata la linea con Twin Peaks, doveroso è richiamare ora Lovecraft. Davvero doveroso, senza ombra di dubbio.

Il problema di recensire un volume come il quarto capitolo di GD è stato indubbiamente quello di doverlo rileggere con la memoria non troppo fresca dei capitoli precedenti, il che, per una trama arzigogolata come quella imbastita da Lemire, può essere una sfida draconiana non da poco. Come tutti i capitoli in medias res anche questo non fa testo se non si ricordano perfettamente tutti gli avvenimenti delle puntate precedenti. Il mio consiglio, come lo fu per altre storie intervallate da una pubblicazione non proprio regolare, vedi Descender (ad esempio), è quello di aspettare che la serie giunga alla sua naturale fine, oppure di portarsi avanti con le pubblicazioni in lingua originale (specialmente per Gideon Falls, dato che la serie è terminata a dicembre 2020).

Come nei volumi precedenti, la storia continua a prediligere una formazione prettamente detective-noir, con innesti a cavallo tra l’horror esoterico-sovrannaturale e quello psicologico-strisciante dei primi volumi. Come nei primi volumi, oltretutto, continua ad essere dominante il colore rosso, vero e proprio leitmotif dell’intera saga, cuore pulsante del male che copre e pervade interamente il racconto di Lemire, e le anime dei protagonisti.

Chiaramente qui si attenua (per esigenze di chiusura) quella sensazione di smarrimento narrativo tipica dei primi volumi, qui Lemire continua ad approfondire e a rivelare elementi importanti e fondamentali di alcuni dei personaggi (di cui aveva lasciato meri bocconi nei numeri precedenti), ma il fatto che la narrazione porti l’intero cast a muoversi privo di una direzione univoca tanto sulla linea temporale quanto su più realtà esistenti simultaneamente, genera uno stato di spaesamento volontario che a sua volta porta i vari protagonisti a vivere in uno stato di costante angoscia e incapacità di dare un ordine logico e razionale agli eventi. Ed è proprio l’angoscia uno dei punti cardinali di questa narrazione, angoscia che procede proporzionalmente all’avvicinarsi al centro degli eventi
Anche la stessa natura del male al centro della vicenda, ancora oscura tanto nell’origine quanto negli scopi, seppur alcuni tasselli inizino a incastrarsi nel quadro generale, porta il lettore a un continuo domandarsi quale possa essere il passo successivo della narrazione: un quesito che crea un efficace senso di aspettativa e al contempo di frustrazione, pari a quello sofferto dai personaggi coinvolti. Insomma Lemire cerca la sinergia scrittura/trama/personaggi, laddove Sorrentino la coniuga invece con la sua arte, ed è proprio questa sinergia artistica ad essere forte in questo volume (una possibilità tipica del medium della nona arte). Il senso di spaesamento e la mancanza di punti di riferimento presenti nella vicenda vengono trasposti da Andrea Sorrentino in tavole dalla struttura sempre mutevole, volutamente prive di una architettura compositiva specifica che possa essere un appiglio per il lettore. Sorrentino trasfigura sulla matita quello che Lemire fa con la penna, amplificando il disorientamento generale e lo stress di una storia psicologicamente distruttiva. Una sorta di Mulholland Drive della nona arte.

Come già detto precedentemente, l’opera di Lemire trova la sua massima espressione grazie a Sorrentino e Stewart (il primo in una forma completamente stellare e qualitativamente eccelsa, specie rispetto ai primi volumi, dove già poteva considerarsi vero e proprio MVP). Continua anche quello che avevamo definito uno stile noisy & scratchy, ovvero quello stile del tutto peculiare: il tratto preciso dei contorni si mescola con un dettaglio non sempre minuzioso dei personaggi (che risultano, in ogni caso, sempre distinguibili tra loro anche laddove di minuscole dimensioni) il tutto unito con un tratto “graffiato” che trova la sua massima espressione nelle zone d’ombra o scure.
Ma è tuttavia l’effetto “sonoro” (se di tale può parlarsi) la vera chiave di Volta che il tratto scratchy fornisce alla storia. L’inquietudine di cui sopra è galvanizzata al massimo dall’effetto graffiato che dona una percezione di interferenza, un rumore sordo costante a sottofondo della storia. Ed è proprio questo rumore continuo che, alla fine, pone il lettore scomodo anche sulla sedia. Si potrebbe persino giungere a pensare che questo tratto (sicuramente voluto) sia in realtà la rottura della quarta parete da parte degli autori: il Fienile Nero che dialoga con il lettore. Tra l’altro, questa idea non sarebbe neanche in contrasto con l’idea di fondo dell’opera stessa (everything is connected), sia con le scene che si sviluppano all’interno del Fienile Nero le quali, infatti, risultano prive di questo effetto (volendo escludere le linee rappresentative delle ombre). Nel pieno stile di Andrea Sorrentino, qui al massimo della sua astrattezza in fase di composizione e organizzazione delle scene, queste sono un tripudio di lisergia, vacuità e astrattezza. Soluzioni visive incredibili, che ricordano J.H. Williams III, con una cura del dettaglio che stona completamente (e, si può ritenere, volutamente) con il mondo che è “al di fuori”. Il Fienile è tutto l’opposto di quanto avviene fuori dallo stesso: i dettagli sono tendenzialmente più marcati; i colori più forti e le soluzioni tecniche di maggior impatto visivo ed emotivo. All’interno di questo volume ci sono alcune splash pages indescrivibili da un punto di vista artistico, per le quali le semplici parole non potrebbero in alcun modo render loro giustizia, tanta è l’imponenza delle stesse. Senza contare che secondo alcuni è qui che Sorrentino è riuscito a dare il meglio di se. Il comparto artistico non avrebbe il medesimo forte impatto se non fosse (anche) per il colore, come già detto in apertura, del Maestro Stewart. Che continua la sua opera di rosso e nero, di sporcizia e precisione, ben più che un completamento al lavoro di Sorrentino, semplicemente un lavoro nel lavoro. Un’opera che qui raggiunge il suo maggior apice, specie nelle prime pagine dove il rosso è talmente dominante da sembrare sangue sulla carta.

In definitiva Gideon Falls si rivela ancora una volta un tassello granitico della scuderia Bao (e quindi Image), un monolite di qualità ancora non superato, con un pedigree narrativo e artistico di primissima caratura. Ma ormai siamo agli sgoccioli, riuscirà Lemire a superarsi ancora nei capitoli mancanti? Questo lo sapremo solo nelle prossime puntate.

9/10.

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