• Ven. Giu 18th, 2021

Zero: la spietata distopia di Kot by Saldapress

Siamo agli ultimi due capitoli di Zero, il fumetto di Ales Kot edito Saldapress. Qui la narrazione si fa meno serrata e più introspettiva, fino a quella che è la “Fine del Fuoco” in una metafora che esprime una vita di violenza e conflitto ma non senza un briciolo di speranza.

Zero sarà una lettura che vi lascerà senza fiato, a volte confusi, a volte arrabbiati: ma è certamente un fumetto imprescindibile sia al livello di scrittura che per la sua audace varietà grafica.

Zero Vol. 3 – La Tenerezza dei Lupi

Abbiamo lasciato Zero che fuggiva dell’Agenzia dopo aver ucciso il suo mentore Roman Zizek e aver sventato l’agguato omicida nei confronti della direttrice Sara Cooke. La perdita di un occhio sembra aver condotto in Zero anche ad una sorta di nuova consapevolezza, ricordando l’accecamento di Edipo che si auto-inflisse, quando scoprì l’atroce verità sulle sue origini. Con questo topos ben rielaborato, il nostro Edward avanza distrutto ma deciso, proprio come un eroe tragico.

Zero è insieme a Siobhan Penn, una donna che è diventata la sua compagna. In una strana placida calma vediamo Zero vivere quella che sembra una vita “normale”: i due fanno la spesa, fanno l’amore, sembrano felici di stare sotto lo stesso tetto. Ma dopo tre volumi il lettore è pronto e ha capito che questa è solo una tranquillità fittizia. La minaccia è data dal passato, pronto a sbucare da dietro l’angolo. Quindi nonostante gli innumerevoli chilometri coperti da Zero, lo vediamo tormentato, inseguito, braccato dal suo passato.

Un’agente dell’Agenzia l’ha trovato. Questi tende un’imboscata all’uomo facendo irruzione in casa sua. Dopo una violenta colluttazione, scopriamo il motivo di questa visita indesiderata. L’agente parla: Zero deve tornare, la sua presenza è necessaria. Sotto richiesta di Sara Cooke, Zero deve rinunciare alla sua vita per rieducare i bambini dell’Agenzia. Più che mai, adesso è necessario renderli capaci di rifiutare l’indottrinamento ricevuto finora, quel plagio vissuto dallo stesso Edward che, bambino, ha subito durante l’addestramento.

Anche stavolta, però, la nuova missione non è priva di pericoli e complicanze: nuovi scontri, morti, esplosioni e scene di combattimento attendono il lettore, in un Volume più dinamico e serrato, che ben equilibria il precendente dimostrando ancora una volta le incredibili capacità di Kot come sceneggiatore. Ci avviciniamo sempre di più alla rivelazione finale. Con una serie di colpi di scena e incontri inaspettati dal passato, il protagonista Zero non potrà riprendere fiato neanche per un secondo e noi con lui.

Edward Zero perciò sta rientrando in contatto con la disumanità, alla quale era stato sottoposto per tanti anni. Si è sempre trattato di un personaggio solido, che esegue gli ordini in modo cinico e che segue una giustizia che non può essere sottoposta a quesiti. Lo abbiamo visto rompersi, ma mai scomporsi: un personaggio bidimensionale, come se Kot, nel suo immenso talento, non fosse riuscito a raccontarci il suo dolore nei piccoli dettagli. Quindi, come l’autore ci mostra, l’uomo è composto da una moltitudine di sfaccettature, compresa quella che lo conduce a non tirarsi indietro di fronte alle responsabilità, caratteristica tipica di Zero che, perciò, tornerà a combattere.

Zero conosce i pericoli ed è consapevole di ciò che si annida nell’organizzazione. Essa per tanti anni è stata la sua unica casa e prigione. La richiesta a tornare che gli viene inviata dalla Cooke è una promessa di morte: ma egli accetta perché è anche una promessa di redenzione. Come un martire, Zero decide di accettare la morte, come sola possibilità di sradicare quello stesso male alla fonte. Stavolta, però, potrà stare finalmente dalla parte del bene sfruttando le proprie conoscenze. Qui, con feroce delicatezza, Kot ci mostra come la realtà sia solo una questione di prospettiva e che Bene e Male possono capovolgersi a seconda del punto di vista che si sceglie di assumere.

Anche in Sara Cooke si nota lo stesso desiderio di redimersi, di tradire per distruggere quella macchina mortale che è l’Agenzia e i suoi indottrinamenti disumani. La morte assume un valore sacrale, come una sorta di grazia ricevuta per mano di Zero.

La morte inflitta ad un animo sofferente è, qui, la “tenerezza del lupo”.

Gli sforzi tesi alla redenzione, però, giungono sempre troppo tardi e restano sempre troppo deboli. Come Sara Cooke è il villain che ritrova se stesso e la sua umanità, Zero è l’antieroe che tende sempre all’eterna sofferenza, una quasi inconsapevole ricerca della distruzione, volta all’autodistruzione. Questo è ciò che, in fondo, tanto ci piace negli antieroi: così profondamente sbagliati, eppure per questo, così profondamente umani. Vediamo infatti qui un ricalco di figure come Frank Castle, Guts, John Constantine, che aleggiano in questo noir, dai vari livelli di lettura, come grandi esempi del passato che, si vede, Kot ha letto e riletto.

Ci sono anche qui ben cinque disegnatori: Ricardo Lopez Ortiz (Black Panther Vs. Deadpool, Weapon X, Civil War 2: Kingpin) dal tratto pop e cinetico. L’inchiostazione è spessa e lineare: ben si sposa con le figure plastiche del disegno. Uno stile giovane e moderno che da un tocco underground alla serie. I protagonisti sono i corpi in movimento e la scomposizione della griglia rende le tavole perfettamente adatte alla scene d’azione. Segue Adam Gorham (Venom, Black Panther, New Mutants, Savage Avengers, Rocket Racoon) che ci fa vedere il gusto di Kot che ben sceglie la sequenzialità dei suoi disegnatori: lo stile di Gorham, segue il suo precedente con un tratto netto e deciso, tavole più classiche ma non senza sperimentazione di composizione. La grande capacità di inscenare inquadrature nei più agghiaccianti dettagli, è perfetta per il crescendo della narrazione, dove, un’arma biologica, sta mettendo in pericolo tutta la Terra. La storia di fa sempre più agghiacciante e la scelta cromatica sempre più fredda e con orgoglio possiamo dire che la segue un italiano: Alberto Ponticelli. Disegnatore eccelso, capace di una deformazione mostruosa senza perdere di un millimetro l’equilibrio della forma, Ponticelli propone un disegno più classico. La sua peculiarità è la scelta di una fotografia cupa, accompagnata da una palette a tinte fosche. Perfetto per il brutale scontro al buio dei corridoi dell’Agenzia.

Vediamo Zero contro i suoi nemici, in una mostruosa battaglia illuminata dalla sola luce di un ascensore: La lettura più sanguinosa e densa d’azione. Continua Marek Oleksicki con il suo realismo spietato, dettagliato ma non troppo, che invece rende cinetica la brutalità degli eventi. Le tavole prendono vita grazie alla straordinaria capacità del disegnatore di dare espressività ai corpi e ai volti con un sapiente uso delle linee cinetiche. Vediamo infine Jordie Bellaire che ben sintetizza alcuni tratti caratteristici di tutti i disegnatori finora citati, facendoci ancora una volta vedere la sapienza con cui Kot seleziona la sequenza di disegnatori.

Zero sta combattendo, la terra è in pericolo. Tutto sembra pesare sulle spalle di questo antieroe che ormai, ci sembra sempre di più il protagonista di una moderna tragedia.

Zero Vol. 4 – La Fine del Fuoco

Questo ultimo Volume vede l’Agente Zero a Rio De Janeiro, nove mesi dopo i tragici eventi dell’ultimo numero. La sua missione ufficiale è l’assassinio di un ex agente dell’Agenzia, di nome Gareth Carlyle. Tuttavia, la curiosità ha la meglio su di lui, e Kot torna indietro ai fili della trama dal primo numero, mescolando la trama sempre più ispessita.

Si potrebbe dire che i nodi stanno venendo al pettine. Se avete avuto l’impressione che la storia si sta accartocciando su sè stessa, che la la lettura si sta facendo confusa e la linearità degli eventi non è più così cristallina beh, avete ragione. Questo volume esaspera il difetto del suo precedente, mettendo in luce la difficoltà nel mantenere alta la qualità di un progetto così ambizioso. Zero è un fumetto dai tantissimi livelli di lettura, dalla architettura narrativa complessa e caratterizzato da una scelta di differenziazione grafica a dir poco peculiare.

Anche se apprezzo che, Ales Kot ami chiaramente i Burroughs e Ginsberg, vedere strangolare a morte quella che era una storia di spionaggio perfettamente leggibile, con loro nel suo volume finale è stata una mossa assolutamente sbagliata.

Il Volume 4 conclude la serie in una sorta di flusso di coscienza. In questo si nota, tra le infinite derivazioni di Kot ed il suo amore per la beat generation. Anche se sembra essersi lasciato alle spalle la sua storia precedente, i temi sono ancora evidenti in tal senso e mi è piaciuto molto. Forse complice il fatto che i suoi riferimenti culturali sono molto affini ai miei.

Tuttavia, cercando di mantenere un occhio critico più obiettivo, questo volume da l’impressione di essersi perso. Suona spesso inutilmente confuso. Sembra che Kot abbia faticato molto a mantenere la coerenza della sua sceneggiatura e la conclusione, forse un po’ sciatta, fa apparire intere sezioni del volume come se non fossero strettamente necessarie. Dopo la grandezza dei primi 3 volumi, il cui terzo iniziava una leggera parabola discendente, sembra quasi che la serie si sarebbe potuta terminare con il volume 3. L’arte è intenzionalmente disordinata e la trama si arrovella su se stessa.

Il lettore è lasciato a risolvere gli eventi da solo; questo volume scorre nel tempo e si concentra sugli esperimenti della psilocibina nei funghi e su una conversazione di William S. Burroughs e Allen Ginsberg. Non è abbandonato il tema della violenza che viaggia da una generazione all’altra, così come il tentativo di districarla, come se fosse una parte annerita della nostra stessa carne. Tuttavia manca – e si sente – la frenesia e la velocità che caratterizzavano l’azione fino ad ora. Se s’era sentito un rallentamento nella sceneggiatura, qui sembra quasi ferma. La violenza delle colluttazioni pirotecniche lascia il posto ad un finale visionario che, però, sembra a metà tra, una conclusione incredibile e immaginifica e una conclusione veloce fatta ad hoc.

Le immagini grottesche abbondano mentre i personaggi sembrano fiorire dandoci un accenno di crescita personale. Nonostante ciò, Kot non manca di lasciarci intendere il profondo significato della sua poetica, con una serie di tavole splenidide nelle quali, sembra entrare nel più profondo buio della mente umana. Certo, stona una qualche nota di buonismo: c’è un retrogusto di inno alla non-violenza che non trova alcuna collocazione coerente con quanto letto finora. Forse, con un racconto così spietato, non era necessario dare alcun barlume di speranza. Il rischio è che risulti posticcio.

Non fraintendiamo, la violenza non manca: la sequenza dell’inseguimento in macchina, che nei fumetti non funziona quasi mai, diventa un po ‘confusa, ma riaccende la miccia dell’azione. Pugni e calci non mancano nello scontro di Zero e Carlyle; vedere i personaggi divenire polpa umana insanguinata, è tanto scoraggiante quanto coinvolgente. Sotto il fioco bagliore dell’illuminazione del tunnel, i movimenti dei combattenti sono sfumature oscure. In un pannello, si estende un piede rivestito di stivale. Nella successiva l’immagine scura residua trova il suo segno. Mosche di vetro, gocce di sangue, polvere che si alza e si deposita e qualcosa che cambia nel nostro protagonista. Il Volume quattro sarebbe un gioiello se non dovesse, ahimè, rapportarsi con il livello altissimo dei precedenti.

Ian Bertram in Zero Vol. 4

Questo volume raccoglie i numeri 15-18 e, come nei volumi precedenti, ogni numero ha un artista diverso con uno stile unico. Ian Bertram apre con delle tavole dal gusto underground, con un tratteggio vibrante e una scelta cromatica de-saturata: scorre velocissimo e ci accompagna in un trip psichedelico che può solo andare in crescendo. Stathis Tsemberlidis si trova sulla stesso stile grafico, ma la scelta ancor più radicale di tonalizzare le lineart, che da nere assumono i più svariati colori, porta il lettore in un’esperienza ancor più cupa, profonda e caleidoscopica. Seriamente un piacere alla vista, sperimentale e violento, anche nelle tavole finali che ricordano la fantasiosa impaginazione e commistione di generi (collage, documenti, loop) di Irvine Welsh in Tolleranza Zero. Robert Sammelin ha uno stile più classico, ma ricalca le scelte cromatiche di Tsemberlidis lasciando una piacevolissima continuità. Ritroviamo le tavole rosse che ci riportano a pensieri di pericolo e violenza che già abbiamo provato nei volumi 1 e 2. Tula Lotay ha uno stile evanescente, dove il grafico strizza l’occhio al pittorico e contribuisce alla peculiarità onirica di questo volume. Un trip, un sogno, una magia.

Il volume è visivamente immenso, e lo stile del flusso di coscienza dona un innegabile fascino alla narrazione. Anche se c’è il dubbio di non aver completamente compreso cosa stia succedendo, non ci si sente completamente persi. Rispetto ai precedenti volumi però, forse una seconda lettura è necessaria, per far andare lo scorrimento degli eventi sulla strada giusta. La scrittura di Ales Kot è stanca, portandolo a scrivere una conclusione strana e visionaria. Nel suo complesso è una saga grottesca, emozionante, splendida; anche se potrebbe non essere di gradimento a tutti. Non manca di difetti e criticità, ma una cosa è certa: sono libri come questo che mostrano quale forma d’arte possa davvero essere il fumetto e, come questo tipo di storia, non possa essere raccontato, se non in stampa, in nessun altro modo.

Conclusioni e Curiosità:

Sappiamo che Aleš Kot ha dedicato uno dei primi numeri di questa serie a Garth Ennis. La matrice alla base di Zero si può senza troppi sforzi applicare anche a quella che ha permesso allo scrittore irlandese di pubblicare alcune delle sue migliori storie. Zero è un fumetto che unisce molti generi della detection, svecchiandoli con punte di biopunk e sci-fi. Abbiamo soldati vittime di un sistema oppressivo, che lasciano intuire una cruda critica sociale: critica ad una macchina sociale che li vuole solo come automi incapaci di farsi domande dove, l’individuo è vittima di giochi politici. Ma è tanto nella società quanto nella mente umana che si nasconde il vero orrore. Di Kot apprezzo l’umorismo sintetico, a tratti memetico, visibile in dialoghi un po’ retorici, scolpiti nella roccia. Lega e fa fluire la narrazione, una giusta dose di violenza, onnipresente. Kot di suo ce la mette tutta per rendere il piatto un poco più ricco e meno derivativo, allontanandosi dalle storie di guerra e sconfinando, poco a poco, in territori tipici della fantascienza più cruda, al limite del biopunk.

L’ambizioso Zero di Ales Kot esplora le radici profonde della violenza, presentandoci con una storia corale e ricca la complessità dell’animo umano. Quella che sembrava essere una dinamica e perfettamente spy-story politica diventa invece una dissertazione psicologica.

Quel che abbiamo letto è un fumetto tanto derivativo quanto appassionante in cui Kot, forse inebriato d’ambizione, ha deciso di giocare con i generi e le suggestioni. Il risultato nel complesso è mozzafiato. Il nodo alla gola finale, per quanto statico, smuove un lettore attento. Non è mancata la violenza, le macchinazioni, le strane derive fantascientifiche e grandi colpi di scena, ma il punto di forza di un fumetto come questo, è l’equilibrio delle citazioni: la prova che spesso, nel risultato finale, emerge molto più che l’insieme delle fonti cui s’attinge. Un’esperienza unica.

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