• Mar. Set 21st, 2021

La volpe che amava i libri: recensione

Quest’oggi vi parlerò del libro “La volpe che amava i libri“, la nuova opera di Nicola Pesce, da oggi in uscita dalla casa editrice dell’autore stesso NPE. Un romanzo che ho apprezzato molto, sebbene distante dalla mia comfort-zone.

Il libro vede coinvolti tre protagonisti: Aliosha, Musoritz e Ptiza. I tre non sono personaggi qualunque, sono degli animali con attitudini antropomorfe, caratterizzati da tre personalità molto articolate, e che in comune sembrano avere ben poco.

Aliosha è una volpe che scopre spontaneamente l’amore per la lettura: talmente forte questa passione, che s’imbatte in piccole peripezie pur di appropriarsi di libri, quasi come se andasse a caccia di cibo. In vista dell’inverno e del letargo fa una grande scorta, così da colmare un forte senso di solitudine, lo stesso che la spinge ad allontanarsi dai suoi consimili. Tuttavia, una notte, il topolino Musoritz, bussa alla tana della volpe, che decide di accoglierlo ed accudirlo; i due nel giro di poco tempo diventano grandi amici e Aliosha s’interessa della vita del suo nuovo amico, chiedendogli quale fosse la sua storia: Musoritz ha perso tanto nella vita – l’amore di chiunque, in primis. Nonostante questo, però, il suo ottimismo non è mai andato perduto. I giorni passano e nel mezzo del freddo siberiano, una sera, “piomba” (letteralmente) nella tana della volpe un nuovo amico: Ptiza, un corvo burbero, cinico e taciturno in cerca di ospitalità. Il volatile – a piccole dosi – si apre con i due e racconta di aver visitato buona parte del mondo, senza però mai vivere i suoi giorni pienamente, poiché spaventato dal rifiuto del prossimo; tanta è questa paura, che lo porta a reprimere le sue emozioni e ad allontanare coloro che gli mostrano affetto. Nello scorrere dell’inverno, i tre consolidano la loro amicizia, per poi aiutare Musoritz a tornare a casa ed infine salutarsi, aspettando il prossimo freddo siberiano da passare insieme.

I tre personaggi sono delle metafore forti: Aliosha corrisponde al senso di vuoto dalla quale si scappa, poiché si ha perso qualcosa o qualcuno, che è anche in grado di colmarlo. Musoritz è l’innocenza, la capacità di saper perdonare anche il più grande dei torti senza alcuna riserva, volgendo uno sguardo all’avvenire col sorriso. Ptiza è la paura di amare, quel grande sentimento che è in grado di aggiustare e spezzare; la paura di non esser accettati, capiti e compresi, che porta a chiudersi a riccio.

Il libro affronta tantissime tematiche peraltro scontate, tra queste i sentimenti: l’amore e l’amicizia, dove l’autore, attraverso le vicende e i racconti dei tre amici, riesce a far emergere implicitamente i valori di cui quest’ultima è caratterizzata. Il forte senso di solitudine, concomitante col periodo storico che stiamo vivendo. La paura di non essere accettati per quello che si è, che preclude esperienze capaci di farti apprezzare ed amare la vita.

Il tutto è ambientato vicino un piccolo villaggio Russo, non proprio ricco ed in un’epoca non proprio nota, ma nemmeno distante dal nostro tempo; stessa caratteristica che avevo riscontrato anche in “Il fiato di Edith“.

Lo stile di Nicola Pesce è poetico, diretto ed articolato. Se questo rende scorrevole la lettura da un lato, dall’altro l’autore, tende a fermare quella scorrevolezza, per lasciar spazio a troppi dettagli dove – a parer mio – non ce n’è bisogno e, a tralasciarli al contempo stesso, dove non stonerebbero. Altra critica che sento di muovere, sono i buchi di trama: viene delineato perfettamente lo stato d’animo del topolino, ma della volpe e del corvo non si riesce a capire cosa ha dato genesi al loro malessere. Lo si accenna, ma non viene dato lo stesso spazio che viene lasciato al personaggio di Musoritz. L’ultima critica che alzo è nei confronti del decentramento del protagonista: il libro non ne prevede uno da come invece, si evince dal titolo, bensì sono tre, dove oltretutto emerge principalmente quello che non dovrebbe, al punto tale da oscurare il resto.

D’altro canto la lettura è piacevole ed è capace di mettere il lettore nella posizione di fare un’analisi introspettiva del suo sé ed in maniera leggera, cosa affatto scontata.

Il libro l’ho apprezzato molto – sebbene non sia il genere che più prediligo – e lo consiglio a chiunque voglia affacciarsi a questo genere di romanzo che gode di una minima contaminazione di stile fiabesco, consolidato dal “C’era una volta” iniziale.

Voto: 8/10

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *